Come riconoscere un bugiardo
Una mattina, in Florida, Sonny Black passò dal club e notò la macchina di Tony Rossi. Le targhe della Pennsylvania non gli piacquero. Chiese a Lefty, Lefty chiese a Donnie. Donnie spiegò: è una macchina a noleggio. Ma Lefty decise di controllare di persona.
Prima di colazione annunciò di aver perso il biglietto di ritorno da Tampa a New York, proprio quello che Rossi gli aveva comprato con la sua carta di credito. E mandò Rossi a cercarlo per il club. Pistone spiega il calcolo di Lefty: «Ragionava così: se Rossi è un agente, avrà dei motivi per innervosirsi e tradirsi». Un agente avrebbe dovuto chiedere ai superiori i soldi per un biglietto nuovo. E il vecchio biglietto potevano trovarlo e controllare la carta di credito, intestata a un ufficio dello Stato.
Donnie fece in tempo ad avvertire Rossi senza farsi vedere. Rossi cercò per finta, lasciò perdere e disse che ne avrebbe comprato uno nuovo. La prova non funzionò. Ma era una buona prova.
Una buona prova non fa domande
Guarda com’è fatta. Lefty non ha chiesto «sei un agente?». A quella domanda qualunque bugiardo ha la risposta pronta. Ha creato una piccola situazione di tutti i giorni in cui il bugiardo è costretto ad agire fuori dalla sua copertura. E guardava non la risposta, ma il comportamento.
Questa è la cosa principale da sapere sulla menzogna. Gli scienziati hanno messo insieme più di duecento esperimenti in cui la gente cercava di distinguere la bugia dalla verità. La precisione media: cinquantaquattro per cento. Quasi come tirare una moneta. Poliziotti, giudici e investigatori se la cavavano poco meglio degli studenti. Chi era sicuro di «leggere le bugie in faccia» sbagliava spesso quanto tutti gli altri.
Quindi lascia perdere gli occhi che sfuggono, il naso grattato e la mano davanti alla bocca. Questi «segni» non funzionano. Funziona altro.
Il falso indizio
Pistone descrive come succede. A Milwaukee il vice del boss locale faceva il comizio: di spie ce n’erano tante che non sarebbe bastato tutto l’esercito di Castro, però scoprirle era facile. «Sai come si riconosce una spia? Hanno tutti l’accensione a distanza in macchina». Pistone aggiunge asciutto: «Conte se l’era appena fatta montare». Conte era un agente.
Ma da dove veniva quell’«indizio»? Dopo che a Milwaukee avevano fatto saltare la macchina di uno sospettato di fare la spia, i gangster si erano precipitati in massa a montarsi l’accensione a distanza. Per non saltare in aria. Il segno del bugiardo si è rivelato un segno di paura. E la paura ce l’hanno anche gli onesti.
Qualunque «segno sicuro di menzogna» di solito è così. Uno è nervoso: allora mente? O ha paura di non essere creduto? Uno arrossisce: allora è colpevole? O si vergogna di essere sospettato? Se giudichi da un segno solo, acchiapperai quelli sbagliati.
I dettagli
Funziona il controllo dei dettagli. Al bugiardo costa fatica tenersi in testa tutta intera una storia inventata. Per questo gli si chiedono le piccolezze che si possono confrontare con altri: quando, quante volte, chi altro c’era.
Quando sospettarono di Donnie per via di un uomo che lui aveva portato negli affari, Lefty lo interrogò proprio così. Prima una domandina a trabocchetto: «Quante volte sei stato al Cecil?», il bar di Tony Mirra. Donnie non sapeva quale risposta fosse sicura e scelse quella prudente: due o tre volte. A Lefty importava se la risposta combaciava con quello che aveva detto Mirra, e quando era successo di preciso. E solo dopo passò alla cosa principale. «Pensaci bene prima di rispondere».
Anche gli scienziati che hanno studiato gli interrogatori cercano non un segno, ma il carico sulla testa. Nel 2008 Aldert Vrij e i suoi colleghi chiedevano alla gente di raccontare una storia al contrario, dalla fine all’inizio. Per chi inventava era più faticoso, e i poliziotti che guardavano le registrazioni indovinavano più spesso chi mentiva. Più spesso: in media, su decine di persone. L’ordine inverso è pesante anche per chi dice la verità: nemmeno la sua memoria è un registratore, e anche lui si confonde. Lo stesso vale per il trucco di lasciar raccontare tutto e poi mostrare un fatto solo che tu conosci. La discrepanza ti dice dove scavare. Chi è il colpevole, non te lo dice.
Si può tacere, ma non mentire
La mafia siciliana aveva una regola che, secondo le dichiarazioni di molti pentiti, contava più di quella del silenzio. Gambetta la formula così: un mafioso può tacere, ma se parla non può mentire. Per la bugia, a quanto si dice, c’erano l’espulsione e perfino la morte. Gambetta nota subito: di punizioni del genere non c’è traccia scritta.
Guarda che cosa ne viene fuori. Se mentire è vietato e tacere è permesso, la gente mente tacendo. Non dice il falso: semplicemente non dice tutto il vero. Per questo chiediti non solo «è vero?», ma anche «su che cosa ha taciuto?».
Dickie aggiunge un’altra finezza. In un ambiente dove non esistono chiacchiere a vuoto, se uno ha detto qualcosa, o è la verità oppure, come scrive Dickie, «una bugia tattica, che di per sé conta non meno della verità». Anche la bugia è un messaggio. La domanda non è solo se uno mente, ma perché ti mente proprio adesso.
Un’ultima cosa. Dickie analizza come Tommaso Buscetta abbia negato fino alla fine dei suoi giorni di aver guadagnato con la droga, anche se lui stesso diceva che in Cosa nostra non c’è nessuno che non ci abbia a che fare. La bugia era così evidente che Buscetta doveva circondarla di un «cordone sanitario», perché la sfiducia non si allargasse al resto delle sue dichiarazioni. Il bugiardo esperto mente in un punto solo, e quel punto lo circonda di verità da tutte le parti.
Come verificava il Don
Il Don al «fiuto per le bugie» non ci credeva. Credeva nella domanda ripetuta. Se un fornitore raccontava perché la partita era arrivata in ritardo, il Don ascoltava, annuiva, e dopo due settimane, così, di passaggio, chiedeva di nuovo: «Allora, com’era andata con quella partita?». Se il racconto cambiava, il Don non tirava conclusioni. La gente dimentica onestamente e si confonde onestamente. Telefonava al porto. La domanda ripetuta gli diceva dove telefonare. E un racconto ripetuto parola per parola non provava niente nemmeno lui: una storia inventata e imparata a memoria si ripete senza un inciampo.
E se al porto dicevano una cosa e il fornitore un’altra, il Don non faceva scenate. Diceva con calma: «Due settimane fa la colpa era della dogana, oggi dell’autista. E al porto dicono che la partita è arrivata in orario. Ne scelga uno, che me lo devo segnare». E guardava. Quasi tutti si correggevano subito. Con quelli che continuavano a mentire non lavorava più.
Tirando le somme
Né la confusione né la scorrevolezza di un racconto provano niente. Ti mostrano soltanto quale fatto controllare da fuori: al porto, nelle carte, da un secondo testimone.
E dall’altra parte, non diventare un Lefty con i suoi biglietti. Chi controlla tutti un giorno controlla quello sbagliato e perde un uomo onesto. E ricordati: quello che spiega più forte di tutti come si riconosce una spia a volte sta seduto accanto a un agente e non se ne accorge.
