I pensieri degli altri nella tua testa
Nel 1864 il barone siciliano Nicolò Turrisi Colonna pubblicò un libro su una «setta» che teneva nella paura i dintorni di Palermo. La parola «mafia» allora ancora non la scriveva nessuno. Il barone descrisse la regola di questa setta: chiunque si avvicini ai carabinieri, ci parli o anche solo li saluti è un infame e merita la morte. Aveva commesso un delitto tremendo contro l’«umiltà».
Umiltà, appunto. Secondo una delle ipotesi, da questa parola viene la famosa omertà, la legge del silenzio. Dickie ne trae una conclusione: «A quanto pare, in origine l’omertà era un codice di sottomissione».
Guarda che cosa è successo. Una regola di sottomissione, non parlare con la polizia se no ti ammazzano, l’hanno chiamata virtù. Umiltà. Poi onore. E cent’anni dopo gente che del barone e della sua setta non sapeva niente considerava il silenzio un valore tutto suo. Un pensiero altrui, travestito da virtù, è diventato proprio. Quindi, quando ti dicono che stare zitto, sopportare o obbedire è una questione d’onore, chiedi chi se l’è inventato per primo. E a chi fa comodo ancora oggi.
Come entrano i pensieri degli altri
Molto di quello in cui credi non l’hai ricavato da solo. Ti è arrivato da persone che contavano, dalle ripetizioni, dalle cornici, dalle storie forti. Niente di grave: verificare tutto da sé è impossibile. Il guaio è un altro: quando non sai quali pensieri sono tuoi e quali te li hanno messi in testa.
Il pensiero degli altri viaggia. Passa da una testa all’altra e per strada impara a non farsi beccare alla verifica. Nel 1976 il biologo Richard Dawkins inventò, per le idee che passano da una testa all’altra, la parola «meme». Gli scienziati discutono ancora se sia una parola utile. Ma l’osservazione è giusta: un pensiero vive non perché è vero, ma perché è comodo da passare.
Le strade da cui arriva sono gli stessi trucchi che abbiamo visto in questo libro. La ripetizione. L’autorità e i «nostri». La cornice. Il sentimento al posto dell’argomento. La scala dei piccoli «sì». La fretta e la scarsità. Il debito dopo il regalo.
Sulla ripetizione c’è un esperimento a parte. Nel 1977 degli psicologi americani fecero valutare più volte alla gente quanto fossero vere le stesse affermazioni, mescolate a quelle nuove. Quelle ripetute, la gente le giudicava ogni volta un po’ più vere. Che fossero vere o no. La ripetizione funziona come un argomento, anche se un argomento non è.
Un romanzo al posto dello statuto
Gambetta racconta come la mafia metteva in testa alla gente un’invenzione altrui come se fosse la sua storia. Leonardo Vitale si lamentava di essere stato attirato con i racconti di una mafia che combatte i ladri e aiuta i deboli, sull’esempio dei Beati Paoli. Calderone, all’affiliazione, si era sentito dire che Cosa nostra era nata ai tempi dei Vespri siciliani, la rivolta del 1282, insieme ai Beati Paoli.
Chi sono i Beati Paoli? Gli eroi di un romanzo d’appendice che lo scrittore palermitano Luigi Natoli pubblicava all’inizio del Novecento. Una società segreta di nobili vendicatori. Prove che sia esistita non ce n’è nessuna. Eppure nel 1986 un agente immobiliare consigliava a Gambetta di leggersi quel romanzo, se voleva capire Palermo.
L’organizzazione ha preso un romanzo d’avventura e l’ha spacciato ai suoi uomini per albero genealogico. E la gente ci ha creduto. Gambetta lo paragona allo spirito aziendale delle grandi società: ogni istituzione ama farsi discendere da una vecchia tradizione rispettabile.
Un mito che fa comodo a tutti
Dickie mostra un altro mito del genere. Negli anni Sessanta dell’Ottocento le autorità italiane consideravano la mafia un residuo del Medioevo che sarebbe sparito da solo. Un ottimista sosteneva perfino che la mafia sarebbe sparita al primo fischio della locomotiva. E i mafiosi questa fede nella propria antichità la alimentavano volentieri. Tommaso Buscetta, secondo Dickie, era sinceramente convinto che la mafia fosse nata nel Medioevo come resistenza agli occupanti francesi.
Il mito faceva comodo a tutte e due le parti. Le autorità potevano non combattere: sparirà da sé. I mafiosi si prendevano un albero genealogico nobile. Dickie mostra che in realtà la mafia ha la stessa età dello Stato italiano. Ma il mito è sopravvissuto per più di un secolo, perché ripeterlo faceva comodo a tutti.
I pensieri altrui più duri a morire sono quelli che fanno comodo a te e a chi te li ha messi in testa.
Come verificare un pensiero
I segni di un pensiero altrui sono semplici. Non riesci a spiegarlo con la tua esperienza. Scatti quando qualcuno ne dubita. E verificarlo ti mette a disagio.
Anche la verifica è semplice. Tre domande. Come faccio a saperlo? Che cosa potrebbe farmi cambiare idea? A chi conviene che io la pensi così?
Gli scienziati la chiamano vaccinazione. Già negli anni Sessanta lo psicologo americano William McGuire dimostrò che, se a una persona fai conoscere in anticipo un argomento dell’avversario in versione indebolita, insieme alla smentita, dopo resisterà meglio a quello forte. Di recente dei ricercatori britannici ne hanno fatto un gioco: la gente si inventava da sé le notizie false e dopo riconosceva meglio quelle degli altri. Quando conosci un trucco da dentro, lo noti più facilmente da fuori.
Un’ultima cosa. Molti sbagliano non perché sono di parte, ma perché verificare costa fatica. Degli psicologi canadesi e americani hanno scoperto che alle notizie false ci credono più spesso non i più faziosi, ma quelli meno portati a fermarsi e a pensare. Il pensiero lento è la difesa migliore.
Degli altri non vuol dire cattivo
Tutta la testa da solo non te la costruisci, e non serve. Metà di quello che so sul lavaggio l’ho preso da una vecchia stiratrice. Non l’ho mai ricontrollato e non me ne pento. Il guaio non è che un pensiero ti sia venuto da fuori. Il guaio è quando hai dimenticato da dove è venuto. Un pensiero di cui ricordi il padrone serve te. Un pensiero senza padrone serve chi te l’ha messo in testa.
A che serve questo libro
Ecco perché ti ho raccontato tutti questi trucchi. Non perché tu li usassi contro la gente. Perché tu li vedessi quando li usano contro di te. E perché, vedendoli, non ti abbassassi mai a usarli tu.
Don Vincenzo diceva: «Una Famiglia che mette in testa alla gente pensieri altrui vive finché ha la forza di sorvegliarli. Una Famiglia da cui la gente viene da sola vive cent’anni». Il barone Turrisi Colonna ha descritto una setta che viveva del silenzio altrui. Vive ancora. Ma guarda quanta gente deve ammazzare perché il silenzio non finisca. Dal Don, invece, per quarant’anni la gente è venuta da sola. Senza un colpo di pistola.
