Uno di noi
Per tutto il 1977 Lefty non disse a Pistone il suo cognome. E Pistone, s’intende, nemmeno il suo. Uno era Lefty o Benny, l’altro Donnie. Eppure Donnie cenava da Lefty e Louise, la sera guardava la televisione con loro e certe volte si addormentava sul loro divano.
Il cognome saltò fuori per caso. Così, di passaggio. Prendevano per la prima volta una stanza insieme in un albergo, e Lefty chiese: «A che nome ti registro?». Solo allora, scrive Pistone, «venne fuori il mio cognome: Brasco». Lefty disse il suo allo stesso modo, per necessità, quando Donnie doveva registrarlo da qualche parte. Pistone la spiega in poche parole: «Se il cognome non lo dici tu, nessuno te lo chiede, sono le regole».
Sul divano ti ci fanno dormire prima di sapere il tuo cognome. Uno dei nostri non si diventa compilando un modulo.
Com’è cominciata
Due anni prima, in Florida, Pistone si era seduto per la prima volta davanti a Marshall. Meccanico e ladro d’auto, che l’FBI aveva arruolato come informatore. Dovevano far girare insieme macchine rubate e rischiare la pelle.
Pistone cominciò da quello che di solito non si dice. Disse che non sapeva rubare le macchine. Marshall fece una risatina: «Bel problema». E aggiunse: «Ti insegno io, in quattro e quattr’otto». Poi parlarono delle mogli, del lavoro, di questo e di quello. Marshall confessò che gli agenti li aveva sempre presi tutti per topi d’ufficio. E diede il suo verdetto: «Sei un tipo a posto». E subito dopo: «Passi per uno dei nostri. Lavoreremo».
Non si comincia dalla forza né dalle prodezze. Si comincia ammettendo che qualcosa non lo sai fare, e con due chiacchiere sulle mogli. Chi mette subito in tavola tutti i suoi assi fa venire voglia di controllare se non sono segnate.
Un tavolo per due
Nel 1990 gli psicologi Linda Tickle-Degnen e Robert Rosenthal smontarono questa sensazione in tre pezzi. L’attenzione: l’altro è qui, tutto intero. Il calore: sei il benvenuto. E la coordinazione: due persone prendono lo stesso ritmo, come i facchini che portano un tavolo. Togli una gamba, e il tavolo va per conto suo.
Il Don aveva una definizione più corta. «Uno dei nostri è uno a cui non devi contare il resto».
Tre anni per un albergo
L’albergo più grande della nostra riva il Don se lo prese in tre anni. Il primo anno non propose niente. Una volta al mese portava una bottiglia d’olio per il cuoco e salutava il direttore. Il secondo anno prese una cosa da poco: il lavaggio delle tovaglie dei banchetti, per le quali alla loro lavanderia mancavano le braccia. Lavorammo in modo che non ci fosse niente da ridire. Il terzo anno il direttore telefonò lui stesso e chiese se non volevamo prenderci tutto.
Chiesi al Don se non gli dispiacevano quei tre anni. Si stupì. «Non ho perso tre anni. Ho passato tre anni a comprarmi il diritto di chiedere».
L’albero di Natale nella damigiana
Essere uno di noi è anche un obbligo. Lo dimostra una vigilia di Natale di Pistone. Buffa e triste.
Nel dicembre del 1976 stava per tornare a casa, dalla famiglia. Ma passò tutto il giorno con Albert, un pesce piccolo della famiglia Colombo, e con la sua compagnia. A tarda sera, passando davanti a un venditore di alberi di Natale, si lasciò sfuggire che lui un albero non ce l’aveva nemmeno. Albert urlò: «Frena!». Al venditore erano rimasti tre o quattro alberi, o meglio dei bastoni spelacchiati legati insieme. Albert afferrò il primo che gli capitò sotto mano, e naturalmente era il più malridotto.
L’albero lo piantarono nella damigiana di un erogatore d’acqua. Le ragazze fecero gli addobbi con la carta stagnola. «Come si fa a Natale senza l’albero», diceva Albert, raggiante. «Adesso bisognerebbe trovarti anche una ragazza». Fino a mezzanotte tutta la compagnia cantò canti natalizi. I regali per i bambini erano nel bagagliaio di Pistone, e lui ce l’aveva con se stesso. Eppure capiva: «Vogliono che io sia contento e che non mi senta solo».
Una frase detta di passaggio aveva messo in moto una premura altrui a cui non puoi dire di no. E a gennaio lo stesso Albert gli fece conoscere la gente dei Colombo.
Chi parlerà per te
Due persone possono piacersi in una serata. Ma a farle diventare dei nostri, spesso, è un terzo.
In Sicilia un «uomo d’onore» non poteva presentarsi da solo a un altro «uomo d’onore». Ci voleva un garante che li conoscesse tutti e due, e una formula come «Questo è un amico nostro». Diego Gambetta riporta un caso dalle dichiarazioni di Antonino Calderone. Negli anni Cinquanta il figlio di un membro in vista di una famiglia di Catania se ne andò a Filadelfia e lì fu affiliato. Tornato in Sicilia qualche anno dopo, non poteva dirlo al suo stesso padre. Aspettò che tornasse Calogero Sinatra, che sapeva dell’affiliazione e poteva confermarla.
Questo è un caso estremo. Ma anche in ufficio funziona così. Sempre. A farti diventare uno dei nostri è chi ha detto di te a un altro: «Questo è affidabile». E il garante ci rischia la sua parola. Per questo non si garantisce per il primo che passa.
Tirando le somme
Abbi cura di chi ha garantito per te: la sua parola la spendi ogni volta che apri bocca.
Adesso vediamo come lo fanno a te. Anche il calore che non hai pagato ti presenterà il conto. A volte è solo amicizia. E a volte è la prima rata. Se ti hanno circondato di premure prima di sapere il tuo cognome, rallegrati pure. E fatti il conto: con chi sei in debito, adesso?
