Come mostrare la merce
Ogni novembre, quando arrivava l’olio nuovo, il Don organizzava nel retrobottega una serata per i giovani cuochi. Non vendeva niente. Metteva sul tavolo le latte, il pane e una padella. Faceva vedere a che temperatura l’olio comincia a fumare e dove tenerlo perché non irrancidisca. I cuochi assaggiavano, discutevano, friggevano. Lui rispondeva alle domande, e basta.
Una volta, accanto alle latte nuove, ne mise una dell’anno prima, presa dal suo stesso magazzino. Fece assaggiare l’olio di tutte e due. Quello vecchio sapeva già di stantio, e i cuochi se ne accorsero subito. Io lì per lì pensai che il Don fosse impazzito: far vedere al compratore la propria merce invecchiata in magazzino. Il Don alzò le spalle. Chi ti ha visto una volta non nascondere quello che non va ti crederà anche su quello che va.
Poi quei cuochi andavano a lavorare altrove e si portavano dietro la Famiglia. Nessuno aveva venduto loro niente. Li avevano lasciati convincersi da soli. Il Don diceva: «Al cuoco non serve la mia opinione sull’olio. Al cuoco serve la padella».
Mostrare è tutto qui. Le tue parole uno le verifica. Quello che ha visto da sé non lo verifica più. Lo sa.
Il vetrino di Patsy
La banda che frequentava Pistone aveva ripulito la casa di una signora ricca. La mattina dopo lui arrivò al circolo e ci trovò Patsy, uno di quelli del colpo. Sventolava un brillante enorme. Tre carati, minimo. Erano tutti contenti.
Prima dell’operazione una grande ditta di gioielli, su richiesta dell’FBI, aveva fatto fare a Pistone un corso di gemmologia di due settimane. Lui guardò la pietra e disse davanti a tutti: «Hai poco da festeggiare, è un falso. Bigiotteria». Patsy andò su tutte le furie. Donnie propose di farla vedere a un gioielliere che conosceva. Mezz’ora dopo Patsy tornò, a sentire Pistone, con la coda tra le gambe.
Pistone ammette onestamente che aveva rischiato. La pietra era troppo grossa per starsene in una casa senza custodia, e il colore era sospetto. Il resto era fiuto. Poi, alle cene, lo chiamavano «il Don gioielliere» e gli gridavano che per lui ogni brillante era un falso.
Guarda che cosa aveva mostrato. Non la pietra. Quello che sapeva. E a verificarlo aveva mandato un estraneo, il gioielliere. La tua parola si può contestare. Quella di un terzo, che non ha nessun motivo per reggerti il gioco, è difficile da contestare.
Due su sessanta paia
Il ricettatore Vinnie offrì a Donnie una cassa di profumi. Donnie, in risposta, si vantò di un colpo grosso: sessanta paia di orologi e turchesi. E mostrò due campioni: orologi elettronici d’oro col quadrante rosso, l’ultima novità di allora. «Li porto a Brooklyn, li faccio vedere a Jilly», si accese Vinnie. «Se gli interessano, ne prendo altri». Tre settimane dopo Vinnie chiamò e ne chiese altre quindici paia.
I due campioni fecero quello che il racconto di sessanta non avrebbe fatto. L’altro se ne andò con la cosa in mano e la portò a far vedere più in là. Un buon campione si vende da solo, e non più a te, ma al prossimo.
E adesso il rovescio. Il colpo grosso non c’era mai stato. Gli orologi Pistone li aveva comprati di corsa al mercato all’ingrosso vicino a Canal Street, per avere qualcosa da mostrare. Il campione era vero. Il racconto intorno era una copertura.
A chi farla vedere
Lefty insegnava all’agente Tony Conte come piazzare i distributori automatici nei bar di Milwaukee. L’ufficio, niente fronzoli: «Butta per terra un tappeto, metti una scrivania col telefono, comprati un cercapersone». Girare per i bar e lavorarsi i baristi: promettere un regalo a Natale pari a una settimana di paga e una cinquantina in più ogni settimana. Al padrone proporre una società a metà, così era dentro anche lui. E non trattenersi troppo: «E non metterci radici, al massimo un bicchiere».
Lascia stare che razza di affare fosse. Del distributore in sé Lefty non disse una parola. Al barista, che il distributore se lo sarebbe trovato sotto il naso, parlò dei suoi soldi. Al padrone, della sua quota. La merce non si mostra in generale. Si mostra a chi decide, e nella sua moneta.
Quando ascolta tutta la stanza
Quando devi mostrare a tanti, le parole aumentano, e questo è il primo guaio. Lo psicologo americano Richard Mayer ha verificato per anni come la gente impara un’immagine insieme alle parole. La conclusione dispiace a chi ama le slide. Se sullo schermo c’è scritto lo stesso che si sente a voce, si capisce peggio, non meglio. Gli occhi leggono, le orecchie ascoltano, e si danno gomitate. Il Don l’avrebbe detto più semplice: in tavola si mette la padella, non la ricetta. Vuoi che si ricordino? Mostra una cosa sola e lasciala guardare un po’ più a lungo.
Il secondo guaio è la tremarella. Nel 2014 Alison Brooks della Harvard Business School chiese a delle persone di dirsi, prima di parlare in pubblico, una di due frasi: «sono calmo» oppure «sono emozionato». Chi diceva la seconda risultava più convincente. Calmare un corpo già su di giri è quasi impossibile. Chiamare quello stesso tremore entusiasmo, invece, si fa in un secondo.
Tirando le somme
Mostrare onestamente vuol dire mettere la cosa in mano alla gente e lasciargliela verificare. Fa’ vedere quello che sai, non solo quello che hai portato. Se non ti credono, chiama qualcuno che non ha motivo di reggerti il gioco. E parla con chi decide, del suo tornaconto.
E quando la merce la mostrano a te, ricordati degli orologi di Vinnie. Il campione che hai in mano può essere autentico e la storia intorno inventata. Non controllare il campione, controlla la partita. E ricordati di Patsy: la faccia più sicura della stanza ce l’ha spesso chi tiene in mano il vetro.
