Chi crede di essere
Da giovane ho perso un ristorante del Don con una frase sola. Il cuoco era bravo. Ma le tovaglie ci tornavano indietro in uno stato pietoso: vino, unto, cera di candela. Sono andato a parlargli delle macchie. E di passaggio gli ho detto che in cucina, a quanto pareva, aveva un bel casino. Lui è stato zitto. Dopo una settimana le tovaglie sono andate alla concorrenza.
Il Don mi ha ascoltato e mi ha chiesto: «Di che cosa gli hai parlato?». Ho risposto: delle tovaglie. «No», ha detto il Don. «Sei andato da un cuoco e gli hai detto che è un cattivo cuoco. Delle tovaglie non ha sentito una parola».
Il ristorante è tornato dopo un anno. L’ha riportato il Don. Della cucina non ha detto niente. Ha chiesto al cuoco che tovaglie voleva vedere ai suoi banchetti, e ha passato un bel pezzo a scrivere la risposta.
La parola che diventa te
Quarant’anni dopo capisco che cosa era successo. Io avevo detto «qui c’è un casino», lui aveva sentito «sei uno sciatto». Se avessi detto «qui c’è una macchia», l’avrebbe tolta.
I mafiosi lo sapevano meglio degli psicologi. Antonino Calderone, di Catania, che poi ha collaborato con la giustizia, in sostanza diceva questo: i mafiosi sono loro, tutti gli altri sono gente qualunque. Lo storico John Dickie spiega che diventare «uomo d’onore» vuol dire «acquisire una nuova personalità, entrare in un nuovo universo etico». E da qui la conclusione dura: «un mafioso senza onore non è nessuno, è un uomo morto».
Gambetta sente la stessa cosa nella grammatica. Salvatore Contorno non parlava di entrare nell’organizzazione, ma di diventare Cosa nostra, cioè di diventare lei stessa. Gambetta, che riporta queste parole in traduzione inglese, avverte che qui non si tratta solo di grammatica sgangherata. E quando si presentavano tra loro, i mafiosi dicevano: «È la stessa cosa». Non «è con noi». Lui è quello che siamo noi.
Per questo da un’organizzazione così non te ne vai come te ne vai da un lavoro. Dal lavoro se ne va un uomo. Da qui dovresti andartene da te stesso.
Una parola nella domanda
Gli scienziati l’hanno verificato su cose più piccole. Nel 2011 lo psicologo Christopher Bryan e i suoi colleghi hanno interrogato degli americani alla vigilia delle elezioni. Ad alcuni chiedevano quanto fosse importante per loro votare. Ad altri quanto fosse importante essere un elettore. Una parola di differenza. Ma ai seggi i secondi si sono presentati in numero ben maggiore.
Un paio d’anni dopo Bryan, con altri colleghi, ha verificato il contrario. Davano alla gente un giochetto con pochi soldi in palio, dove imbrogliare era facile. Ad alcuni chiedevano: «non imbrogliate». Ad altri: «non siate imbroglioni». I secondi imbrogliavano meno. L’idea è chiara: il verbo è un’azione, una volta puoi anche saltarla. Il sostantivo sei tu.
Solo che con le elezioni, dopo, c’è stato un intoppo. Nel 2016 Alan Gerber e i suoi colleghi hanno ripetuto l’esperimento in diversi stati, su molta più gente, e la differenza di una parola non l’hanno trovata. Le condizioni erano diverse, quindi la partita è aperta. Ma prometterti che una parola rifà un uomo, questo no.
Anche il Don alle parole credeva fino a un certo punto. Gli autisti non li multava per i ritardi. Uno nuovo ha fatto tardi due volte in una settimana. Il Don gli ha detto: «Gli autisti di Carmuso non fanno tardi. Quindi tu un autista di Carmuso ancora non lo sei. Aspettiamo». Una parola non è bastata. Dopo un mese il ragazzo ha fatto tardi di nuovo, e il Don l’ha chiamato nel retrobottega. Non l’ha trattenuto: gli ha detto che a un conoscente al mercato serviva un autista, e lì degli orari non chiede niente nessuno. Il ragazzo ci ha pensato un giorno ed è rimasto. Poi di ritardi ne ha fatti pochi, ma qualcuno sì. E dopo un anno era lui a insegnare ai nuovi come si fa da noi.
Solo, ricordati che taglia da tutte e due le parti. Anche «fannullone» è un sostantivo. Dillo a uno, e si metterà a difendere non il lavoro, ma se stesso. E a volte diventerà proprio come l’hai chiamato.
Due crepe
Nel 1987 lo psicologo Edward Higgins ha descritto che cosa succede a uno quando non va d’accordo con se stesso. C’è lui com’è davvero. C’è lui come dovrebbe essere secondo le pretese degli altri. E c’è lui come sognava di diventare. Lo scarto con il «dovrei», secondo Higgins, porta ansia e agitazione. Lo scarto con il sogno, abbattimento.
A chi serve di più, questo? A te. Quando ti ripetono una volta dopo l’altra «sei tenuto a», «uno del tuo livello deve», sappilo: ti stanno appendendo addosso il «bisogna» di un altro, perché tu ti agiti e ceda. Toglitelo di dosso ad alta voce: «Tenuto verso chi? Chi l’ha deciso?».
Il prezzo della parte
Saviano scrive dei ragazzini cresciuti a film di gangster. Altrove puoi amare Scarface e provarti addosso il personaggio. Ma nella terra della camorra, dice in sostanza, quello puoi esserlo davvero, solo che devi esserlo fino in fondo. Una parte presa per intero si paga per intero.
Joe Pistone ha preso la parte per quasi cinque anni. Scrive che all’agente sotto copertura pagano la Cadillac, l’appartamento, i vestiti da gangster. Intorno c’è gente che butta i soldi dalla finestra, «e a volte è così facile dimenticare che non sei uno di loro!». Il pericolo principale del mestiere lo chiama col suo nome: «L’errore più grande che un agente infiltrato possa fare è innamorarsi del personaggio che si è inventato».
Ha cambiato vestiti, modo di parlare, abitudini, giro. Una cosa sola non l’ha ceduta: quello che credeva di essere. E già nel primo capitolo scrive di che cosa va fiero: «Sono fiero che il Joe Pistone che ha cominciato l’operazione e il Joe Pistone che l’ha finita» siano lo stesso uomo.
Tirando le somme
Il modo onesto è semplice. Con un uomo parla del lavoro. Di lui, solo la verità e solo se te lo chiede. E se vuoi che si tenga a qualcosa, dagli un nome che abbia voglia di portare lui. «Autista di Carmuso» teneva, perché dietro c’era un lavoro vero. E perché il ragazzo aveva un mercato dove poteva andarsene senza vergogna. Non farti illusioni: anche allora il Don premeva sullo stesso punto su cui premono quelli che dicono «ma tu sei dei nostri». La leva è una. La differenza è se uno può dire «no» e tenersi il lavoro e se stesso. Un titolo vuoto non tiene niente.
Adesso dall’altra parte. Ti dicono: «ma tu sei dei nostri», «la gente come te non fa così», «un vero professionista accetterà». Vuol dire che non ti stanno vendendo un affare, ma una persona. A un affare si rinuncia facilmente, a se stessi no, e il conto è fatto su questo. Chiediti chi resterai se dici «no». Se resti te stesso, di’ «no» con calma. Calderone, per tornare a essere uno qualunque, ha dovuto andare dai magistrati.
